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Pasolini in tribunale

Lista (incompleta) dei guai giudiziari di Pasolini

30 settembre 2001

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Roberto Tartaglione

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Per i più curiosi elenchiamo qui alcuni degli innumerevoli casi per cui Pasolini è finito in tribunale: molti riguardano accuse di oscenità delle sue opere, romanzi e film; altri riguardano invece accuse insensate di furto o rapina. Accuse fatte evidentemente o per mettersi in mostra o proprio con l'intento di perseguitare l'intellettuale "diverso".


Pasolini in tribunale, Wikipedia, pubblico dominio

I fatti di Casarsa Pasolini denunciato per corruzione di minorenne. Condannato in primo grado viene assolto in appello; il ricorso in cassazione della Pubblica Accusa è giudicato inammissibile. Nel 1952 Pasolini verrà assolto "perché il fatto non costituisce reato e per mancanza di querela".

Ragazzi di vita

La Presidenza del Consiglio dei Ministri promuove un'azione giudiziaria contro il romanzo Ragazzi di Vita. Pasolini viene citato in giudizio per contenuto osceno del romanzo. Il processo viene rinviato perché i giudici non hanno letto il libro. Il Pubblico Ministero chiede l'assoluzione degli imputati "perché il fatto non costituisce reato". I giudici accolgono la richiesta e dissequestrano il libro.

Querela del comune di Cutro Il 17 novembre 1957 il ragioniere Vincenzo Mancuso, sindaco del comune di Cutro in provincia di Catanzaro, querela Pasolini per "diffamazione a mezzo stampa". Pasolini in un suo articolo sul Sud del paese aveva scritto "A un distendersi di dune gialle, in una specie d'altopiano, è il luogo che più mi impressiona di tutto il viaggio. E' veramente il paese dei banditi, come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano al loro atroce lavoro, c'è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia..." Il tribunale di Milano pronuncia sentenza di non doversi procedere.

Fatti di Anzio Due giornalisti hanno dichiarato di aver visto parlare Pasolini con due ragazzi al porto di Anzio, per poi andare al ristorante. Usciti dal ristorante i giornalisti chiedono ai ragazzi che cosa avesse detto loro Pasolini; questi indicando altri ragazzi a bordo di una barca nel porto confessano che il poeta ha chiesto loro "Quanti anni hanno?" Alla risposta "Dodici anni", aveva commentato: "Però avranno dei bei cazzetti". I giornalisti hanno così informato la polizia. Il procuratore di Velletri, competente per territorio, invia la pratica al procuratore della Repubblica di Roma. Quest'ultimo gliela rimanda non ravvisando il reato di corruzione di minorenne, ma al più, il reato di turpiloquio. Il procuratore generale di Velletri invia, allora, il procedimento alla pretura di Anzio. Interrogati, i minori dichiarano di aver ricevuto cento lire dai due giornalisti per parlare del fatto. La querela viene archiviata perché non si ravvisano ipotesi di reato.

Fatti di via Panico

La notte tra il 29 e il 30 giugno 1960, in via Panico scoppia una furibonda rissa tra due gruppetti di ragazzi. Tra la confusione generale, a una ragazza viene rubato un anello con granati del valore di ventiquattromila lire, mentre un altro ragazzo viene derubato di una catenina e di un orologio d'oro. La refurtiva verrà ritrovata in casa di uno dei partecipanti alla rissa, Luciano Benevello. Interviene Pasolini che, con la sua Giulietta, accompagna Benevello a casa. Pasolini viene accusato di aver voluto deliberatamente agevolare la fuga di Benevello e di aver partecipato, egli stesso, alla rissa. La stampa si accanisce sul caso e criminalizza lo scrittore. Il 16 novembre 1961 il Tribunale di Roma assolve Pasolini per insufficienza di prove.

Fatti del Circeo

Il commesso di un bar a S. Felice Circeo, sostiene che uno sconosciuto, dopo aver bevuto una Coca-Cola e dopo aver fatto molte domande, avrebbe indossato un paio di guanti neri, inserito nella pistola un proiettile d'oro e cercato di rapinarlo dell''incasso della giornata.

Il barista cerca di reagire e colpisce con un coltello la mano del rapinatore, che fugge. Il giorno successivo il barista vede passare per strada una Giulietta, in cui riconosce il suo rapinatore: prende il numero di targa e fa una denuncia ai carabinieri. In quella Giulietta c'è Pier Paolo Pasolini. I carabinieri di Roma perquisiscono l'abitazione e la macchina di Pasolini in cerca della pistola. Pasolini ammette di essere entrato nel bar, di aver bevuto una Coca-Cola, di aver fatto alcune domande, ma di essersi poi diretto a S. Felice Circeo, dove stava lavorando alla sceneggiatura del film Mamma Roma. La sua versione non convince e viene rinviato a giudizio.

I giornali della sinistra e quelli moderati difendono Pasolini contro l'assurda accusa, mentre i giornali di destra attaccano, come al solito, senza mezze misure lo scrittore.

Il processo si apre a Latina. L'avvocato difensore di Pasolini, il democristiano Carnelutti, viene sospettato dai giornali di essere l'amante dello scrittore. Pasolini viene condannato a quindici giorni di reclusione, più cinque per porto abusivo di armi da fuoco e diecimila lire per mancata denuncia della pistola, con la condizionale. I difensori presentano immediatamente appello. Il 13 luglio 1963 la corte d'appello di Roma dichiara di non doversi procedere contro Pasolini per estinzione del reato intervenuta per amnistia. L'avvocato di Pasolini, Berlingieri, ricorre in cassazione per ottenere l'assoluzione con formula piena, ma ottiene solo un'assoluzione per mancanza di prove.

Denuncia Antonio Vece

Antonio Vece, un maestro elementare di Avellino sporge denuncia presso la polizia giudiziaria di Roma contro Pasolini. Dichiara di essere stato avvicinato da Pasolini, di essere salito sulla sua Giulietta, di essere stato portato in aperta campagna, minacciato, malmenato e derubato di un capitolo di un suo romanzo. Due giorni dopo, al commissariato di polizia di Centocelle, confessa di aver inventato ogni cosa. Viene denunciato per simulazione di reato, che sarà archiviata in data 2 dicembre 1965.

Causa civile Pagliuca

L'ex deputato democristiano, avvocato Salvatore Pagliuca, cita in giudizio Pasolini e la società Arco film. La denuncia si riferisce al film Accattone, e al fatto che un personaggio di malavita del film, ha lo stesso nome dell'avvocato. Chiede la soppressione del suo nome dal film e il risarcimento per danni morali e materiali. Pagliuca usa questa vicenda a scopi elettorali per la propria elezione al parlamento. Non viene rieletto e il giudizio si chiude con una sentenza che respinge il risarcimento dei danni morali e con l'obbligo di eliminare il nome del Pagliuca dal film. Obbliga Pasolini e la Arco Film al risarcimento dei soli danni materiali.

Mamma Roma

Il tenente colonnello Giulio Fabi denuncia alla procura della Repubblica di Venezia il film Mamma Roma, proiettato alla XXIII Mostra del cinema di Venezia, per offesa al comune senso della morale e per il contenuto osceno. Soliti attacchi dei giornali della destra italiana, che questa volta si traducono in atti di boicottaggio e di violenza da parte dei gruppi di estrema destra. Il 5 settembre 1962, il magistrato giudica infondata la denuncia e dichiara di non doversi procedere l'azione penale.

Aggressione Di Luia

Serafino Di Luia insieme ad altri giovani neofascisti appartenenti ad associazioni di estrema destra, aggredisce Pasolini durante la proiezione di Mamma Roma, nel cinema Quattro Fontane di Roma. Ne nasce una rissa, cui partecipano, in difesa di Pasolini, Sergio Citti e altri amici del regista. A questa seguono una serie di aggressione fasciste a cui Pasolini non farà mai seguire una denuncia. Laura Betti, amica di Pasolini, viene aggredita e picchiata da un giovane che risulterà aderente a "Nuova Italia" e che partecipò alla rissa del cinema Quattro Fontane.

Querela Bernardino De Santis

"Un giorno, un pazzo m'ha accusato di averlo rapinato (con guanti e cappello neri, le pallottole d'oro nella pistola): tale accusa è passata per buona e attendibile, perché a un livello culturale sottosviluppato si tende a far coincidere un autore coi suoi personaggi: chi descrive rapinatore e rapinato" [Pier Paolo Pasolini, articolo apparso su "L'Espresso"]. Per queste parole, Bernardino De Santis, il barista rapinato al Circeo, querela Pasolini per diffamazione. Il 31 gennaio 1967, il Tribunale di Roma "dichiara di non doversi procedere" contro Pasolini, "per essere il reato estinto per intervenuta amnistia".

Processo per il film Teorema

Il sostituto procuratore della Repubblica di Venezia denuncia Pasolini, quale autore del film Teorema, per offesa al comune senso del pudore. Il 13 settembre 1968, la procura della Repubblica di Roma ordina il sequestro del film per oscenità. Il Tribunale di Venezia assolve Pasolini "perché il fatto non costituisce reato". La corte d'appello conferma la sentenza di primo grado.

Incauto affidamento

Nel 1969 Pasolini viene denunciato dalla polizia stradale al pretore di Bologna, per aver affidato la guida della sua automobile, Giulietta TI, a Carmelo Tedesco, sprovvisto di patente di guida. Pasolini in giudizio dichiara di aver dato la macchina a Ninetto Davoli che a sua volta l'ha prestata a un giovane con la patente, che insieme al Tedesco si è fermato a un distributore. Invitato a spostare l'auto mentre il giovane patentato non è presente, Carmelo Tedesco viene fermato dalla polizia stradale. Il pretore di Bologna assolve Pasolini "perché il fatto non sussiste".

Invasione di edificio

Pasolini, insieme a Zavattini, Massobrio, Ferreri, Angeli, Maselli e De Luigi, viene processato per aver turbato l'altrui possesso di cose immobili, trattenendosi oltre l'ora stabilita nei locali del Palazzo del cinema di Venezia. I fatti si riferiscono alla dura contrapposizione per l'autogestione da parte degli autori cinematografici della Mostra del cinema di Venezia. Pasolini e gli altri imputati vengono assolti "perché i fatti ascritti non costituiscono reato"

La morte di cinquanta pecore (Porcile)

Giovanni Longo di Nicolosi (Catania), allevatore di ovini, denuncia Pasolini e il produttore Gianvittorio Baldi, in quanto responsabili della morte di cinquanta pecore. Longo asserisce che la notte tra il 24 e 25 novembre 1968, in contrada Serra La Nave di Nicolosi, un branco di cani affamati e infreddoliti, dopo essere stati liberati il giorno precedente al termine delle riprese di Porcile, si sono introdotti nell'ovile ammazzando cinquanta pecore. Il procedimento dura cinque anni. Il 20 novembre 1971, il Tribunale civile di Catania respinge la richiesta di risarcimento danni.

"Lotta Continua"

Dal primo marzo 1971 Pasolini risulta ufficialmente direttore responsabile del periodico "Lotta Continua", organo di un gruppo extraparlamentare dell'estrema sinistra. Ciò è dovuto alle leggi italiane che impongono che ogni pubblicazione debba avere un direttore iscritto al ruolo dei giornalisti professionisti. Così gli esponenti di Lotta Continua chiedono agli intellettuali italiani iscritti all'albo dei giornalisti, di assumere a rotazione la carica di direttore del loro periodico. Pasolini accetta, pur non condividendo la linea politica di Sofri e compagni, è quindi direttore di "Lotta Continua" dal 1 marzo al 30 aprile 1971.

Il 18 ottobre 1971, la corte d'assise di Torino processa Pasolini insieme agli altri esponenti di Lotta Continua per aver svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dello Stato; e di avere, quindi, pubblicato e istigato a commettere delitti. Il 18 ottobre 1971, la Corte d'assise di Torino sospende il processo e rinvia a nuovo ruolo.

Processo per il film Decameron

Il film, ispirato alle novelle del Boccaccio, subisce una persecuzione continua. Fioccano le denuncie da tutte le parti del paese. Il film viene sequestrato. E' il segno più evidente di una serie di paranoici di cui Pasolini è ormai bersaglio privilegiato.

Processo per il film I racconti di Canterbury

Il procuratore della Repubblica di Benevento (dove fu proiettato per la prima volta il film) accusa Pasolini di oscenità. Dopo tre giorni, e su richiesta del Pubblico Ministero, il giudice istruttore archivia la denuncia. Il film viene giudicato quattro volte e quattro volte prosciolto dall'accusa di oscenità.

Altre otto denunce arrivano alle procure di: Mantova, Viterbo, Frosinone, Venezia, Latina. Le disavventure giudiziarie seguite al film I racconti di Canterbury danno un quadro chiaro del clima persecutorio in cui si muoveva Pasolini.

Processo per il film Il fiore delle Mille e una notte

Il film, prima ancora di essere immesso nel circuito cinematografico, viene denunciato da una donna che l'ha visto in anteprima. Il giudice istruttore del tribunale di Milano decreta di non doversi promuovere azione penale contro il film.

Processo [postumo] per il film Salò o le centoventi giornate di Sodoma

Il film viene censurato e se ne vieta la distribuzione. Il divieto viene annullato nel dicembre del '75; segue una denuncia dell'Associazione nazionale per il buoncostume all'autorità amministrativa. Il produttore del film, Alberto Grimaldi, viene processato dal tribunale di Milano, e imputato presso la procura di Venezia per presunta corruzione di minorenni. Quest'ultima supposizione si rivelerà inammissibile. Il tribunale di Milano condanna Grimaldi a due mesi di reclusione, duecentomila lire di multa, e dispone il sequestro del film. Il ricorso in appello porta all'assoluzione di Grimaldi, e al dissequestro del film solo a condizione di alcuni tagli. Il film viene tagliato per un totale di cinque minuti. Nel giugno del 1977 il pretore di Grottaglie in provincia di Taranto, Evangelista Boccumi, dispone un nuovo sequestro del film. Dodici giorni dopo il sostituto procuratore della Repubblica di Milano stabilisce che il sequestro di Salò è palesemente illegittimo, e ne dispone l'immediato dissequestro.


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