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Il mito di Orfeo ed Euridice

Un mito greco, continuamente aggiornato da pittori, scultori, poeti, romanzieri, musicisti e cineasti.

19 maggio 2002

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Giulia Grassi

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Orfeo era figlio di Eagro, re della Tracia, e della musa Calliope (o, secondo altre versioni del mito, di Apollo e di Calliope). Ha preso parte alla spedizione degli Argonauti, cioè dei guerrieri che, guidati dall'eroe Giasone, a bordo della nave Argo erano andati alla ricerca del "vello d'oro", custodito da un terribile drago: però non sono state le battaglie e i pericoli di questa impresa che hanno reso famoso il suo nome, ma la musica e l'amore.

Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare e cadevano, le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo.

Cessava il fragore del rapido torrente, e l'acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto ... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell'ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva ... Le Driadi [ninfe dei boschi], uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto ... (SENECA)

La sua sposa era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad amarla: c'era anche Aristeo e un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire a questo innamorato sgradito, era stata morsa da un serpente nascosto tra l'erba alta ed era morta all'istante.

Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la sua musica era riuscito a commuovere tutti: Caronte lo aveva traghettato sull'altra riva dello Stige, il fiume infernale; Cerbero, l'orribile cane con tre teste, non aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto, Tisifone e Megera), si erano messe a piangere. I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo non aveva più fame e sete...) e ogni creatura, compresi il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà per la triste storia dei due innamorati.


TIZIANO, Orfeo ed Euridice, 1511 (Bergamo, Accademia Carrara)

Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia degli inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi

Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi / finché tra i vivi pervenuta sia! (Poliziano, Fabula di Orfeo, 237).

Avevano iniziato la salita: avanti Orfeo con la sua lira, poi Euridice avvolta in un velo bianco e infine Hermes, che doveva controllare che tutto si svolgesse come voleva Ade.

"Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l'estremo saluto." (Ovidio, Metamorfosi, IV, 53 sgg)

Rilievo con Orfeo, Euridice ed Hermes, copia di età augustea di un originale greco del V secolo a.C.di scuola fidiaca, marmo (Napoli, Museo Archeologico Nazionale)

L'addio tra Orfeo ed Euridice è scolpito su un bellissimo rilievo nel Museo Archeologico di Napoli. Euridice è al centro della scena, e poggia la sua mano sinistra sulla spalla di Orfeo, con un gesto pieno di tenerezza e rassegnazione. Ma Orfeo è inconsolabile e con la sua mano tocca la mano di lei, una carezza che è anche un inutile tentativo di trattenerla.

Inutile, perché Hermes psycopompos ha intrecciato il suo braccio al braccio destro di lei, e con dolcezza ma anche con determinazione la trattiene accanto a sé: il suo compito sarà riportarla di nuovo, e stavolta per sempre, negli Inferi. Nemmeno una parola, solo la forza dei gesti per rendere il dolore del distacco tra i due innamorati, e la inevitabilità del destino. Orfeo resterà fedele al suo amore per Euridice e morirà ucciso dalle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, che lo faranno a pezzi, gettando i suoi resti nel fiume Ebro. La sua testa, caduta sulla lira, resterà a galla sull'acqua, cosicché Orfeo continuerà a cantare:

"Euridice" diceva "O mia misera Euridice!" / E lungo il fiume le rive ripetevano "Euridice". (Virgilio, Georgiche, IV, 525.).

Così Zeus, commosso, deciderà di mettere la testa di Orfeo in mezzo al cielo, nella costellazione della Lira.

Il mito di Orfeo ed Euridice ha appassionato numerosissimi artisti, poeti e musicisti. Da Claudio Monteverdi a Christoph Willibald Gluck (indimenticabile nella sua opera l'aria "Che farò senza Euridice, dove andrò senza il mio bene?"), da Antonio Sartorio a Joseph Haydn, da Poliziano a Reiner Maria Rilke al Buzzati di Poema a fumetti. Moltissime le trasposizioni in scultura e pittura: tra le tante, il Paesaggio con Orfeo ed Euridice di Nicolas Poussin, le due statue di Orfeo ed Euridice scolpite da un giovane Antonio Canova e due bellissimi quadri di Gustave Moreau, Orfeo (o Ragazza tracia con la testa di Orfeo) e Orfeo sulla tomba di Euridice.


GUSTAVE MOREAU, Orfeo (o Ragazza tracia con la testa di Orfeo), olio su tavola, 1865 (Paris, Musée d'Orsay)

Naturalmente non è mancato chi ha provato a trattare questo mito in modo ironico, ad esempio Offenbach nell'operetta Orphèe aux enfers (Orfeo agli Inferi). Euridice, rapita e portata negli Inferi, si innamora di Ade (Plutone) cosicché quando Orfeo scende nell'oltretomba per salvarla, lei non ne vuole sapere di seguirlo. A lui che insiste, lei dice grosso modo così: "... Ma è tempo di spiegarsi! Bisogna che una buona volta vi dica il fatto vostro! Mio casto sposo, sappiate che vi detesto! Siete l'uomo più noioso del creato! Orfeo, è finita, fattene una ragione e smettila di importunarmi altrimenti lo dico a Plutone! Pensavate forse che avrei trascorso la mia giovinezza ad ascoltarvi recitare i vostri sogni classici?"

Orfeo ritorna, da solo, sulla terra mentre negli Inferi tutti gli dei, che lì si sono trasferiti in cerca di emozioni "forti", si abbandonano a un ballo sfrenato con Euridice, sulle note del conosciuto Can Can finale.

Una moderna, e retorica, versione cinematografica del mito è il recente What dreams may come (in italiano, "Al di là dei sogni"), di Vincent Ward, del 1998: muoiono tutti nel giro di pochi minuti - i due figli e il padre in due incidenti automobilistici, la madre suicida per la disperazione. E il padre, moderno Orfeo, scende all'inferno per salvare la moglie-Euridice che, essendosi suicidata, è finita nel regno dei peccatori. Ah, Hollywood!


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