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Giotto o non Giotto?

Le "Storie di San Francesco" ad Assisi le ha dipinte Giotto?

18 febbraio 2007

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Giulia Grassi

No

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Per gli italiani è sicuro che gli affreschi con le Storie di San Francesco nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, dipinti tra il 1290 e il 1300, sono opera di Giotto (1267-1337), fiorentino.

In tutti i libri di storia dell'arte, e in tutte le guide, c'è scritto che sono il suo primo capolavoro. C'è scritto anche che Giotto è il padre della pittura italiana: ha abbandonato la pittura bizantina ("greca") e ha inventato una pittura "latina", occidentale e moderna. Dopo molti secoli di arte antinaturalistica, con lui era tornato il naturalismo nella rappresentazione dello spazio, delle figure umane e dei sentimenti.

Ma per gli storici dell'arte stranieri non è così: in particolare, molti critici anglosassoni e tedeschi ritengono questi affreschi opera di un pittore romano della fine del Duecento. Il "duello" sulla paternità degli affreschi va avanti da più di due secoli, dal 1796, quando proprio un italiano, padre Della Valle, ha messo in dubbio che l’autore fosse Giotto, come tutti pensavano fino a quel momento.



Questo contrasto, che sembra incredibile, è possibile perché le fonti scritte sono confuse. Mentre siamo abbastanza sicuri che Giotto ha dipinto affreschi nella Basilica inferiore (Cappella della Maddalena, Cappella di San Nicola, vele e transetto destro), perché un documento del 1309 attesta la sua presenza ad Assisi, per la Basilica superiore le cose sono meno chiare. Vediamole.

Lorenzo Ghiberti (Commentarii, 1450), scrive che Giotto “dipinse nella chiesa di Assisi tutta la parte di sotto”. Cosa significa? La parte bassa delle pareti (e quindi le storie francescane) nella Basilica superiore oppure affreschi nella Basilica inferiore (che sembrerebbe più probabile)?

Giorgio Vasari dà informazioni contraddittorie. Nel 1550 (Iª edizione de Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri) conferma la notizia del Ghiberti per cui Giotto “dipinse ... nella chiesa d’Ascesi de’ Frati Minori quasi tutta la chiesa dalla banda di sotto”; nel 1568 ( IIª edizione de Le Vite...) cambia versione e scrive che nella Basilica superiore affrescò “sotto il corridore che attraversa le finestre, dai due lati della chiesa, le trentadue storie della sua vita e fatti di San Francesco, cioè sedici per facciata, che ne acquistò grandissima fama”. Da questo momento Giotto è ufficialmente l’autore del ciclo francescano.

A parte le fonti poco chiare, il conflitto sull'attribuzione degli affreschi a Giotto è basato su argomenti soprattutto stilistici. Gli anti-Giotto sottolineano la differenza, in particolare nella rappresentazione dei volumi e dello spazio, tra gli affreschi di Assisi e quelli sicuramente giotteschi nella Cappella Scrovegni di Padova (1303 e 1305). Per i pro-Giotto quella differenza, evidente, è dovuta a una comprensibile maturazione artistica del pittore, diventato più bravo col passare degli anni.

La polemica è riesplosa violentemente qualche decennio fa: nel 1997 il restauratore Bruno Zanardi, che per anni aveva lavorato alla ripulitura degli affreschi, ha pubblicato un libro – Il cantiere di Assisi – nel quale ha ripreso le tesi degli anti-Giotto, basandosi però su argomenti non solo stilistici ma anche, e soprattutto, tecnici. Forse pochi gli avrebbero dato importanza se al suo fianco non si fosse schierato uno dei più geniali, e autorevoli, critici italiani del secolo scorso, Federico Zeri, che ha scritto la prefazione del libro in questione.

Il mondo della storia dell’arte è stato letteralmente sconquassato dal suo libro, e ormai i sostenitori dell’una e dell’altra tesi si affrontano come nemici mortali. Non è una polemica da poco. Poiché proprio nel ciclo francescano appaiono i primi elementi di novità rispetto alla pittura bizantineggiante, la loro attribuzione è fondamentale: se l'autore non è Giotto, chi sarà mai il padre della pittura italiana? Bisogna riscrivere la storia dell'arte da capo...

Sintetizzando: per Zanardi, la maggior parte dei 28 riquadri è stata dipinta dal pittore romano Pietro Cavallini, che sappiamo aver lavorato ad Assisi. Di questo artista è sopravvissuto sicuramente solo l’affresco del “Giudizio Universale” nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, a Roma (oltre ad affreschi frammentari di attribuzione dibattuta e ai mosaici in Santa Maria in Trastevere). Il confronto tra un particolare dell’Accertamento delle Stimmate ad Assisi e uno del Giudizio cavalliniano a Roma è sorprendente: la tecnica della stesura del colore è identica, con pennellate sottilissime, filamentose; le bocche sono acquarellate con tocchi di rosso più intenso; analogo è il modo di fare le ombre. Sembrano veramente eseguiti da un unico pittore.

Se poi paragoniamo i due particolari con gli affreschi giotteschi della Basilica inferiore di Assisi, nella Cappella della Maddalena (circa 1307-8), si vedono le differenze: negli incarnati la stesura è per larghe campiture di colore, con un effetto naturalistico eccezionale; la tecnica è simile a quella usata a Padova, nella Cappella Scrovegni.



Per Zanardi, Giotto avrebbe dipinto solo gli ultimi sei riquadri... E la maggior parte degli affreschi sarebbe opera di Pietro Cavallini (ca 1240 - dopo 1325), un artista importantissimo di cui però ci sono arrivate pochissime delle tante opere che ha realizzato, soprattutto a Roma, per i papi.

Oltre a togliere al fiorentino Giotto la realizzazione degli affreschi di Assisi, la tesi di Zanardi ha un'altra conseguenza rivoluzionaria. Se ad Assisi c'è la prima affermazione del naturalismo - rappresentazione tridimensionale dello spazio (prospettiva), figure volumetriche e monumentali, varietà nella resa dei sentimenti - e se questa novità è opera del romano Pietro Cavallini, significa che "prima" di Cimabue e Giotto, e quindi della Scuola fiorentina, esisteva una Scuola romana capeggiata dal Torriti e dal Cavallini, superiore per quel che riguarda la conoscenza prospettica e la capacità di introspezione psicologica, che evidentemente derivavano dall'osservazione della pittura romana antica, di cui rimanevano molti più esempi a Roma che non a Firenze.

Quindi il distacco dalla tradizione bizantina sarebbe avvenuto a Roma, grazie ad artisti a contatto con pitture e sculture romane antiche e tardoantiche, e non a Firenze. E il giovane Giotto, che era ad Assisi col suo maestro Cimabue, avrebbe tratto insegnamento dalla pittura che Cavallini e gli altri artisti romani realizzavano sulle pareti della Basilica superiore, diventando poi il più grande e geniale pittore del XIV secolo.

Ma i sostenitori della Scuola fiorentina gridano al tradimento. Quelli della Scuola romana controbbattono portando a sostegno della loro tesi altre prove: ad esempio, gli affreschi frammentari ritrovati fortunosamente nel marzo del 2000 nella Cappella di San Pasquale Baylon, dentro la chiesa romana dell’Aracoeli, e attribuiti al Cavallini, che li avrebbe dipinti intorno al 1290 (Tommaso Strinati, Aracoeli. Gli affreschi ritrovati, 2005). C'è una torre rossa, perfettamente scorciata e con un attico a pilastrini, molto simile ad un'altra torre dipinta nella Basilica superiore di Assisi, nella Volta dei Dottori, attribuita a vari artisti tra cui Giotto e Torriti, mentre la si potrebbe considerare opera del Cavallini.



E la faida tra Roma e Firenze continua... Credo che voi abbiate capito, in questa faida, io da che parte sto.


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