top of page

Katerin Katerinov come me lo ricordo io

All'inventore dell'"italiano per stranieri"

1 maggio 2019

c2

Roberto Tartaglione

No

I materiali di Matdid sono scaricabili liberamente come supporto per lezioni di italiano. Ne è vietata la pubblicazione su carta o in formato digitale salvo autorizzazione.


Quando ho cominciato a muovermi in questo strano lavoro (insegnare l’italiano agli stranieri nei primissimi anni Ottanta era ancora abbastanza “pionieristico”) ho chiesto a un giovane Luca Serianni se sapeva indicarmi qualche libro o un autore che si occupasse della materia. E lui, che già da giovane sapeva tutto, mi ha fatto il nome di “un certo Katerinov” che era uno dei pochi o forse l’unico che della faccenda se ne intendeva parecchio.

Leggo i suoi primi libri (in particolare “il Katerinov grigio”, meno noto del più noto “Katerinov rosso” che è stato il manuale per migliaia se non milioni di studenti per un ventennio) e come tutti i giovani decido subito che lui era vecchio (perbacco, all’epoca questo Katerinov avrà avuto addirittura quarant’anni e quindi doveva essere superato no?) e che io facevo e avrei fatto naturalmente di meglio.

Insegno per qualche tempo all’estero e in Italia sempre convinto del fatto che io avevo capito tutto e il “vecchio Katerinov” era roba da archeologia.


Ho poi occasione di conoscerlo, fugacemente ma personalmente, qualche tempo dopo. Anche se non ho parlato troppo con lui di didattica e di italiano, ricordo che conoscendolo ero rimasto parecchio impressionato: ero giovane e stupido ma un po’ di naso ce l’avevo e, parlandoci, avevo capito subito che quell’uomo in classe doveva essere un portento. Cioè: non era come quegli altri che nel frattempo cominciavano a affrontare “l’italiano per stranieri” in modo accademico (cioè snocciolando teorie sull’acquisizione della lingua magari senza aver mai visto uno straniero). No, lui si vedeva che “sapeva” farlo quel lavoro, che in classe ti insegnava davvero l’italiano e che i suoi studenti si innamoravano di lui già dalla prima lezione.

Passa ancora un po’ di tempo e ci ritroviamo ogni tanto in qualche parte del mondo: ci siamo incontrati certamente a Madrid, a New York e a Istanbul e in quelle occasioni abbiamo avuto anche modo non dico di fare amicizia, ma almeno di fare un po’ di chiacchiere amichevoli. E scopro così che la mia vita si era incrociata con la sua anche in altre occasioni.

Da studente viveva in una borgata romana, Torre Maura, dove abitavo anch’io. E frequentava il cinema di terza visione “Delle Rondini” di cui mio padre era il direttore. E non solo. All’università di Roma aveva fatto parte del gruppo di filologia romanza, sotto la guida di quel geniaccio del professor Aurelio Roncaglia che poi sarebbe stato anche mio professore e relatore della tesi.

Forse per questi piccolissimi punti in comune, ho avuto l’impressione che si fosse sgelato nei miei confronti anche dal punto di vista “professionale”: per quel che ricordo non era sempre tenerissimo con chi gli si affiancava (sia pure col massimo dell’umiltà), e tuttavia, davanti a un bicchiere di vino, una volta, una volta sola eh?, ha fatto perfino un bell’apprezzamento su una mia conferenza sul “linguaggio della pubblicità”, magari solo per simpatia verso il pivello. Cosa che io avrei messo volentieri nel curriculum se solo qualcuno ne avesse capito l’importanza.

Comincio allora a pensare che tutta quella carta stampata dopo i suoi famosi libri “archeologici” e spesso spacciata come portatrice di nuove verità didattiche caratterizzate da nomi altisonanti e vuoti, non era poi così originale o migliore dei vari libri “del Katerinov”: crocianamente direi anzi che in didattica non possiamo non dirci katerinoviani, tutti indistintamente. E il motivo è semplice: ha inventato tutto lui, prima degli altri. Si fa presto a prendere in giro (come facevo io) il suo “manuale rosso” che a pagina 30 ti diceva con precisione “adesso sai 185 parole”. “Buu!” ululavano i comunicativisti di primo pelo cresciuti a base di didattica dell’inglese e a suon di autenticità omogeneizzate, di livelli sogliola e di deduttività di grammatiche mal digerite. In realtà lui già si muoveva con destrezza in una logica di linguistica computazionale ancora quasi da inventare, tra lessico di frequenza e contrastività.

E del resto anche la sua passione per l’informatica fa parte del personaggio speciale che era: nel 94 mi parlava di una bomba che sarebbe esplosa sul mercato l’anno dopo: Windows 95! E faceva di tutto per far capire agli insegnanti quanto questo avrebbe potuto cambiare, e migliorare, la didattica. Ma poi, per carattere più che per generazione, si dimenticava di attaccare un filo elettrico o si perdeva un file, rendendo le sue bellissime conferenze anche divertenti per il caos geniale con cui riusciva a condirle.

Questo Mostro Sacro dell’insegnamento dell’italiano a stranieri colpiva poi per la sua incredibile disponibilità, più tipica di un disoccupato in cerca di occasioni che di una personalità di quel livello.

Così quando a Roma ero stato incaricato dalla Pubblica Istruzione di fare uno dei primi corsi di didattica per insegnanti di scuola pubblica che in quegli anni si ritrovavano in classe i primi immigrati (hanno chiesto di farlo a me non per meriti acquisiti, ma solo perché probabilmente ero l’unico disponibile sul mercato) ho domandato timidamente a Katerin se voleva e poteva fare un intervento in una lezione. E lui sapeva benissimo che glielo domandavo un po’ perché naturalmente quello che poteva dire lui era interessantissimo e un po’ perché, portando il Katerinov in persona, anche io avrei fatto un figurone. E lui ha accettato in un secondo, senza esitare. Se ne fanno più di tipi così?

Il giorno del suo intervento è venuto con la altrettanto celeberrima moglie, Maria Clotilde Boriosi, coautrice di tutti i suoi libri e anche lei didatta di fama internazionale. Dovevano dividersi l’intervento, ma quando Katerin comincia a parlare tutti notiamo che ha qualcosa: è teso, sembra spaventato, non si sente bene, con una mano si massaggia il cuore. Tutti preoccupati lo fermiamo e qualcuno lo carica in macchina per portarlo di corsa in ospedale a fare un controllo.

La moglie che fa? Dice “Be’, lo spettacolo deve continuare”, prende in mano le redini della situazione e comincia a parlare lei. In sala è immenso lo stupore per la sua freddezza.

Ma dopo la conferenza, quando le chiedo “Ma Katerin? Pensi sia una cosa seria?” lei risponde tranquilla: “Roberto, se dovessi angosciarmi ogni volta che lui racconta di star male o pensa di avere un attacco cardiaco non vivrei più! Sta’ tranquillo, Katerin sta benissimo”.

E questo è il modo con cui ho scoperto che era uno sfrenato ipocondriaco.

Altre sono state le occasioni in cui ci siamo incontrati. È venuto anche a Scudit, la mia scuola, a fare un seminario per gli insegnanti, partecipando poi a una serata in una frasca a Frascati dove, fra due canzoni fatte con la chitarra, un bicchiere di bianco e una fettina di porchetta (e tante sigarette!) sembrava di stare con un ex compagno di scuola con cui farsi due risate alle spalle del mondo.



Perché ho sentito il bisogno di scrivere queste righe su Katerin Katerinov? Perché quando se n’è andato, nel 2016, io neanche l’ho saputo, tanto poco rilievo è stato dato alla notizia. In un paese dove i talenti giovani espatriano e quelli vecchi sono vittime di invidie, acidumi e oscuramenti, così è toccato a Katerin il destino di essere sempre al limite tra il mondo accademico e l’outsider. Poche le celebrazioni, poco il risalto dato al personaggio, generale silenzio sui mezzi di informazione: sembra quasi che la sua assenza metta in imbarazzo quanto la sua presenza.

Io non sono stato suo allievo, non ho imparato da lui “un metodo”, non sono stato purtroppo un suo amico, non ho copiato (se non involontariamente!) i suoi materiali, non porto le bretelle e non posso certo sentirmi uno dei suoi eredi. Ma, simpatia personale a parte, non posso non dirmi katerinoviano.



 

bottom of page